Quando ero Testimone di Geova non ero felice: “Storia di un’ adolescente”

Attraverso un post su Facebook una ragazza ha raccontato le sue emozioni, emozioni forti per questo abbiamo deciso di condividere questo post.

Quando ero tdg non ero felice.
Alcuni mi hanno detto: ma tu ci sei nata li dentro quindi eri abituata a quelle regole e ci credevi, non puoi averla vissuta tanto male.
Certo ci ho creduto, non posso negarlo, quando ero molto piccola poi credevo molto ai miei genitori e mio padre era molto severo con me, mi metteva sempre la paura verso Dio e quindi quando ho imparato a pregare da sola la sera lo facevo più perché avevo paura che non perché credessi a Dio o lo amassi, in realtà non sapevo cosa volesse dire amare Dio e credevo si dovesse amare solo x non essere distrutti, ne avevo il terrore e gli chiedevo sempre scusa per una miriade di cose che facevo durante il giorno, a volte perché magari non ero riuscita a parlare di lui con i miei compagni o a difendere la mia fede, perché mi prendevano sempre in giro perché non potevo partecipare a un compleanno ma a volte cedevo alla loro insistenza di assaggiare una fetta di torta o di prendere qualcosa da bere e pensavo: sarò distrutta per questo. Chiedevo sempre a Dio che non mi distruggesse per aver accettato la torta o per non aver avuto il coraggio di dare le mie spiegazioni, perché a volte mi vergognavo di parlare di quelle idee tanto strane x gli altri e poi non venivo capita e così pensavo che Dio avrebbe distrutto tutte quelle persone per colpa mia perché non gli avevo detto la verità e perché non mi credevano. Allora a volte pregavo anche x loro e chiedevo che non li distruggesse solo perché non mi credevano, o perché non seguivano quella religione. Ma pensavo che lui fosse così crudele ed egoista che non avrebbe ascoltato quelle preghiere, mi chiedevo se fosse giusto ma poi mi persuadevano a credere che era giusto così continuavano a dire che loro erano il male guidati e accecati dal diavolo e quindi non c’era nulla da fare x salvarli se non ascoltavano. Ero sempre isolata da tutto e da tutti. Frequentavo solo i miei genitori e i miei nonni, non avevo amici neppure coetanei di altre famiglie tdg perché la mia congregazione era piccola c’erano solo tre bambine della mia età ma non giocavano mai con me, io ero timida e non andavo mai da loro, poi notai che a volte mi evitavano anche se provavo a fare qualcosa con loro, crescendo scoprii che mi evitavano perché mio padre non era neppure considerato tra i migliori e per questo le figlie di anziani o di persone migliori di mio padre non dovevano frequentarmi, probabilmente mi evitavano perché erano i loro genitori a dirglielo. Lo notai crescendo dopo vari tentativi in cui facevo loro richiesta di giocare o di fare un disegno e le loro risposte erano: non mi piace disegnare, oppure: non ci va più di fare quel gioco e si allontanavano, a volte facevano muro x non farmi partecipare oppure si parlavano alle orecchie quando mi avvicinavo e io mi sentivo a disagio, smisi di provare ad avvicinarmi a loro e continuai la mia vita in solitaria, ma mio padre non mi rendeva le cose semplici, oltre a non riuscire a farmi dei veri amici lui a casa non faceva altro che urlare e picchiarmi, pretendeva che io stessi sempre attenta alle adunanze e che rispondessi nelle parti solo perché voleva che gli altri gli dessero dei meriti e lo considerassero ma io ero timida e non facevo quasi mai commenti se non x obbligo. Se non rispondevo alle domande di mio padre erano botte, solamente una persona ricordo che da piccola venne in mia difesa dicendo a mio padre che era troppo severo con me ma lui gli rispose che ero sua figlia e mi educava come voleva, questa cosa deve avergli dato un senso di malsano orgoglio perché continuò a vantarsi di quella risposta anche quando ero più grande perché ero ubbidiente e tranquilla, ormai ero completamente disarmata. Non avevo più voglia di ribellarmi con mio padre da diverso tempo, poi mi affiancarono quella svitata di una pioniera x farmi lo studio perché mio padre non ne era capace e da li nacquero tanti miei interrogativi, tante discussioni a senso unico dove ogni volta seppur fuori da ogni logica e ragionamento che io esponessi dovevo sempre dare ragione a lei. L’unica che sapeva quanto io odiassi quella pioniera e quelle situazioni era mia madre e non so quante volte io l’abbia implorata di farli smettere, di non farmi più andare da quella, ma non si poteva, ogni volta le risposte erano che non c’era nessun altro disponibile x farmi lo studio e che mio padre non ne era capace ma mai si sono chiesti se io volessi farlo quello studio. Ma devo proprio? Chiedevo, le loro risposte erano che funzionava così e che non potevo battezzarmi se non seguivo quella procedura. Era scontato che io mi dovevo battezzare e il mio rifiuto era mal visto. Anche le mie discussioni sul fatto che Gesù si fosse battezzato a 30 anni non servivano a nulla. A volte le loro risposte compresa la pioniera erano: se non ti battezzi potresti non essere salvata ad armaghedon, prima lo fai e meglio è. Alla fine verso i miei 15 anni convinsi i miei che non potevo più fare lo studio con quella pioniera e convinsi mio padre che era troppo una svitata e che non la soportavo più pertanto non mi sarei battezzata se avessi continuato lo studio con lei. A quel punto mio padre si convinse che non era il metodo migliore e decise che avrei continuato con lui, ma gli anziani si opposero, allora mio padre gli disse che ero pronta x battezzarmi, io invece cercai di prendere altro tempo, saltai la prima data dicendo che non mi sentivo ancora bene e che avrei accettato quella dopo e nel frattempo avrei studiato con mio padre. Accettarono ma mi misero tantissime pressioni e domande sui miei comportamenti. Infine poco prima dei miei 16 anni dovetti battezzarmi, non ero molto convinta di molte regole ma li x li sembrava che dovesse essere normale così, anche se avevo mille domande ed ero contrariata da molte cose ma dovevo stare zitta. Alla fine era come se mi avessero domata, dopo il battesimo mi bastava stare zitta, non fare troppe domande e nessuno mi disturbava, o quasi, allora mi sentivo più rilassata ed è un po come se una parte di me si sentisse morta, perché non ero in grado di capire bene che tutto quello che avevo vissuto non era normale, mi ero rassegnata, ero contrariata ma credevo a quel Geova, non sapevo cosa pensare davvero, mi sentivo in colpa se avevo dei dubbi e credevo di essere io quella sbagliata. A volte in servizio con gli altri mi chiedevo se facevamo la cosa giusta a voler convincere gli altri, a volte pensavo che era sbagliato e che forse gli altri avevano ragione, a volte vedevo persone felici e pensavo che noi andavamo a togliere quella feticità, avevo sempre delle frasi preparate ma non ero mai convinta che fossero giuste. Io non ero daccordo con quasi nulla, continuavo ad avere i miei pensieri contrastanti con certe idee limitate, trovavo limitate tante cose. Poi i miei dubbi crebbero col tempo anche col verificarsi di altri eventi e arrivai a un punto dove non sopportavo più nessuna loro parola. Quando mi disassociarono per quanto fosse doloroso ne ero anche felice perché in un certo senso era come se mi avessero liberata dalle loro continue pressioni, il loro silenzio mi faceva male ma mi faceva anche bene. È stato grazie a quel dolore e a quel silenzio che ho potuto trovare lo spazio e il tempo per aprire i miei occhi.

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